VICE # – Quarantena la genesi: il cuore di Napoli

L’appuntamento con S. era nei pressi della stazione metropolitana di Quattro Giornate, purtroppo però non potevo contattarlo, poiché il telefono aveva la batteria scarica e per di più non avevo abbastanza credito per chiamarlo. Ma per mia fortuna, poco prima di partire, su un taccuino che porto sempre in tasca, in matita, avevo annotato l’indirizzo del mio amico, e nonostante le avversità del caso non mi persi d’animo e mi apprestai a raggiungere la sua abitazione.

Non fu difficile arrivare in loco, anche perché dal centro storico il tragitto è breve, sebbene in salita.

Arrivato davanti alla stazione metropolitana di Quattro Giornate chiesi indicazioni ad un passante che mi indicò un’enorme palazzo di colore giallo, uno di quelli costruiti nel il dopoguerra, quando si verificò la grande speculazione edilizia.

Era un’edificio in calcestruzzo armato, piuttosto alto e di forma rettangolare. Non aveva nessuna peculiarità estetica e con molta probabilità era stato costruito con il solo scopo di poter accogliere il maggior numero di famiglie.

Quando mi avvicinai al cancello lo guardai con attenzione, dopodiché estrassi dalla tasca il taccuino e lo consultai. Il cognome che cercavo era posto in alto a sinistra e non appena citofonai, quasi subito mi fu aperto. Rimasi come paralizzato, fino a ché ad un certo punto non udii una voce di basso che diceva

“Entra” ed allora entrai.

C’erano dei gradini in marmo che conducevano ad un cortile, io li scesi con grande compostezza, come se fossi un soldato in servizio, e mi misi in una zona periferica a guardare le finestre dei piani superiori del palazzo. Ricordo che regnava un silenzio insolito ed io nell’attesa di vedere il mio amico tamburellavo con le mani sulle cosce. Credo che siano trascorsi pochi minuti ma in quel momento sembrò che fosse passata un’eternità. In mente, nel frattempo, passavo in rassegna tutti gli argomenti che di lì a poco avrei potuto esporre per fare una figura dignitosa, anche perché, bisogna dirlo, io ed S, non eravamo proprio amici. Due anni prima io e lui lavorammo insieme ad un progetto teatrale, ma niente di più. Avevamo giusto delle amicizie in comune e per questo capitava che di rado ci incontrassimo, ecco tutto.

Insomma, a conti fatti, avendo appurato che in quella circostanza era meglio rimanere in silenzio piuttosto che correre il rischio di fare qualche uscita sconveniente. E così infine, nel bel mezzo delle mie elucubrazioni, ecco che S. fece la sua apparizione.

Uscito da una porta che stava sulla mia sinistra, egli a passo rapido mi si avvicinò, fece un cenno con la mano e si fermò davanti a me, a qualche metro di distanza. Io lo guardai con uno sguardo inquieto. Era un uomo di bell’aspetto, non troppo alto e con la barba. In dosso portava degli abiti semplici ed in mano teneva una grande busta blu che appoggiò subito a terra.

“Questo è tutto” disse con tono reciso, dopo aver esitato un istante. Poi si allontanò dalla busta e con un’espressione seria concluse “non ti faccio salire perché ho paura per la bimba”. Io annuii con il capo e vedendo che lui mi guardava fisso mi avvicinai alla busta e senza troppi convenevoli, dopo aver raccolto tutto l’occorrente, uscii dal palazzo assieme a lui.

A quel punto S. mi fece un cenno con il capo e vedendolo allontanarsi lo seguii senza fare troppe domande. Camminammo in silenzio per qualche metro, fino a ché non arrivammo davanti ad un altro palazzo molto simile al primo. Lui citofonò e, dopo essersi identificato all’interlocutore ignoto, mi esortò ad aspettarlo.

Quando scese mi mise in mano una piccola busta bianca e con tono grave disse

“è da parte di mia cognata, una donna di fede” ed a passo spedito ritornammo al punto di partenza, dove con tanta freddezza, senza troppi giri di parole, ci salutammo.

Fu in quel momento che realizzai quanto fosse atroce tutta questa storia. Il virus, difatti, aveva privato ogni azione della sua essenza ed anche un gesto compassionevole, come ad esempio quello di S., era stato ridotto ad un puro formalismo. Giorno dopo giorno, il volto umano della società stava sbiadendo come se fosse una vecchia fotografia.

“Tutto questo è davvero terribile!” pensavo mentre mi recavo all’incontro successivo, a casa di G., a vico N..

E qui, miei cari lettori, mi vorrei soffermare ancora una volta, poiché devo confessarvi che G. lo conoscevo ancor meno di S.. Io e lui c’eravamo incontrati per la prima volta “mizz’ a via”, ma né ricordo dove né ricordo quando. Avevamo giusto una cara amica in comune, niente di più.

“Da non crederci” pensai io, camminando verso casa sua, mentre con la mente cercavo di fare la somma di tutti gli episodi in cui ci eravamo visti.

“Non ti preoccupare. È come se fossi stato io a chiedere aiuto” mi disse lui con un sorriso bonario non appena mi vide in piedi, con un’espressione malinconica, davanti alla porta di casa sua.

Una volta accolto in casa, durante la mia breve sosta, intavolammo una lunga conversazione e bevemmo un po’ caffè.

Questa volta però la situazione era un po’ più tranquilla ma ricordo molto bene che mentre durante la conversazione, ora guardavo la tazza del caffè, ora gettavo delle rapide occhiate al mio amico, che guardavo di sbieco, per non incrociare il suo sguardo e soprattutto per non lasciare trapelare il mio disagio interiore.

Davanti a tanta umanità, mi sentivo debole. Volevo reagire in qualche modo, ma non avevo i mezzi per farlo. E così, come avvenne anche negli incontri successivi per tutto il tempo provai un tormentoso senso di vergogna.

Infine, al termine del mio peregrinaggio, avevo accumulato molte fortune e così decisi di tornare da Sister. Essendo che il portone del palazzo era aperto, entrai, salii le scale e non appena mi trovai davanti alla sua porta mi misi a bussare con insistenza. Lei aprì e vedendomi arrivare con tutti quei viveri mi guardò meravigliata. Senza perdermi in chiacchiere divisi le miei ricchezze e, dopo averla salutata, me ne andai a passo svelto. La mia missione non era ancora completata, poiché, in tutta questa storia, prima di tornare a casa, dovevo incontrare Ciro.

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Foto di Plush Design Studio

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