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VICE #10 – Fuggivo da me stesso ma sono finito in quarantena

VICE #10 – Fuggivo da me stesso ma sono finito in quarantena

Lunedì 6 aprile. Ormai, quasi ad un mese esatto dall’inizio della quarantena, mi sento come Jack Sparrow quando viene abbandonato dalla sua ciurma sull’Isola dei contrabbandieri (Black Sam’s Spit). Ma a differenza di Jack, che si è ritrovato solo e con un colpo di pistola per suicidarsi, io me ne sto qui, a casa, in quarantena, senza un deposito di rum interrato e per di più distante mille miglia della mia cara compagna, Elizabeth Swann. In questi 30 mq siamo soltanto io e la noia, che comunque ha la stessa valenza di una pistola per uccidersi.

Già nell’episodio precedente, “una domenica di ordinaria quarantena”, ho parlato abbondantemente della noia, cercando di spiegare quali fossero i suoi effetti negativi, che giorno dopo giorno corrodono l’anima. Eppure credo che la noia sia un argomento sempre in voga in quanto è un impiccio che si diffonde rapidamente e su larga scala, come se fosse una malattia di moda o un terribile contagio.

Giunti a questo punto devo confessarvi che non è la prima volta che mi ritrovo qui, perso quest’isola chiamata Black Sam’s Spit, caratterizzata per altro da picchi di fastidio e valli di lacrime.

Non saprei dirvi con esattezza quando, ma qualche anno fa accadde che “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai su un’isola oscura”, e vi assicuro che fu una bruttissima esperienza. Ricordo che, al pari di Amleto, ero afflitto da un terribile disagio. Certo, la mia storia non ha nulla a che vedere con quella del principe di Danimarca, tuttavia è degna di essere annoverata tra le più celebri tragedie di William Shakespeare. Ma prima di andare avanti nel racconto, dobbiamo fare qualche passo indietro.

Dovete sapere che sono originario di F. in S.L., un paese dell’Africa. All’età di tre anni sono arrivato in Italia con la mia famiglia. Eravamo io, mio padre mia madre ed i miei fratelli (due sorelle ed un fratello per l’esattezza).

Crebbi nel disagio poiché mancavano i mezzi di sussistenza. In più mio padre, all’epoca, abusava di alcolici ed utilizzava metodi educativi poco ortodossi. Da ragazzino, difatti, ho avuto l’occasione di assaporare gli effetti del cuoi della sua cintura, che giovava un beneficio incommensurabile sul mio spirito, nonché sulla mia carne. Forse i suoi metodi erano un poco rigidi ma qualcuno doveva pur promuovere l’insegnamento con atteggiamenti esemplari. Ma tralasciamo questi dettagli.

Mio padre e mia madre si separarono ed io crebbi con mia madre in una casa di accoglienza. Sebbene l’ambiente fosse appunto “molto accogliente”, io desideravo ardentemente una famiglia normale. È forse chiedere troppo per un bambino? Lascerò a voi trarre qualsivoglia conclusione, vi dico solo che a quei tempi, ho sofferto molto.

Con molta probabilità, nonostante le circostanze, avevo la possibilità di cavarmela bene; ma essendo uno straniero in terra straniera, dovevo far conto con la diversità di “razza” che gli altri bambini, talvolta, mi facevano pesare. Ora non vorrei dilungarmi molto sui dettagli della mia vita ma vi dirò solo che la mia adolescenza non è stata altrettanto felice e ad un certo punto mi ha accarezzò l’idea di togliermi la vita.

In età adolescenziale, difatti, rifuggivo la vita sociale ed elucubravo spesso e senza senso. Odiavo la vita; o meglio, odiavo tutto ciò che mi era accaduto in vita. E quando stavo tra la gente mi sentivo solo.

Provavo un grande senso di insoddisfazione ma non ne comprendevo la causa. Sapevo solo che ogni sforzo per essere felice era inutile poiché nessuno avrebbe potuto restituirmi il padre che non ho mai avuto (per altro deceduto quando avevo quattordici anni); nessuno mi avrebbe restituito l’infanzia rubata e niente avrebbe potuto cancellare l’ingiustizia che il forte esercita sul debole (quale io ero).

Ero un adolescente ma avvizzivo nelle mie paure e mi crogiolavo nei miei timori. Per un certo periodo ho provato anche a fuggire da me stesso ma poi alla fine sono finito in quarantena.

Amici miei, che dire? È dura la vita quando non puoi fuggire da te stesso e sei costretto ad ascoltarti, cercando di capire quali sono le tue vere aspirazioni.

Eppure vi dico che non tutto il male viene per nuocere. In questo strano viaggio, per un instante, mi è parso di capire che non si può cercare di capire con la ragione: a volte bisogna lasciarsi guidare dal cuore. Forse, con un cuore che batte avrò la possibilità di uscire da questo “inferno”.

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Foto di Vladislav Reshetnyak

Un commento su “VICE #10 – Fuggivo da me stesso ma sono finito in quarantena

  1. Grazie.. mi viene da aggiungere che…

    è un incommensurabile fortuna essere costretti a “stare” senza poter fuggire…questo “adesso”, questo faccia col proprio “buco”..questo silenzio vivo.
    Questo poter esplorare lo stare raccolti tutti interi..sbuccia, brucia, e spesso rende irrequieti.. ma se ci resti, soltanto se ci resti, ti accorgi che puoi fare i più bei scarabocchi che tu abbia mai fatto e non i soliti disegni perfetti..puoi provare l’essere “presenza” e non “io”, osservare la paura ma non attraverso i suoi occhi, così ti accorgi, anzi scopri, che quello squarcio di cielo, quegli alberi, quegli uccelli, quel
    vento che intravedi e ascolti dalla tua finestra, di qualunque stanza dove adesso “ti trovi” , è la più grande ricchezza che potrai mai possedere.. la vita!

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